Il centro storico, che presenta la consueta architettura in laterizio degli incasati marchigiani, racchiude nel suo breve perimetro alcuni edifici di qualche interesse, che qui di seguito si elencano.
1. La Chiesa parrocchiale di S.Maria Assunta. Sorta nel 1792 sul sito dell’antica chiesa farfense di S.Maria, conserva dipinti su tela di notevole interesse: a) la Madonna del Rosario, olio su tela (m. 3,13 x 2) di arte marattesca del secolo XVII. La Madonna è seduta in trono, col Bambino che offre corone a S.Domenico e a S.Teresa, mentre due sante martiri assistono dal fondo e quattro testine di cherubini compaiono in alto; b) l’Assunzione [sull’altare maggiore], olio su tela (m. 3,45 x 1,95) opera di Nicola Monti da Ascoli (ultimata nel 1795). In alto è raffigurata la Vergine in volo mentre un cherubino spande rose sugli apostoli disposti intorno ad un sarcofago in primo piano; c) S.Giorgio che salva una fanciulla uccidendo il drago, opera dello stesso Monti, datata al 1794.
2. Il Palazzo comunale. L’archivio storico del Comune, con un fondo pergamenaceo di documenti dei secoli XIV-XVI è conservato nella sala consiliare, dove si possono ammirare una tela raffigurante S.Giorgio sceso dal cavallo fra S. Antonio Abate con il capo mitrato e S. Antonio da Padova e, in una teca, la camicia rossa del garibaldino Placido Malavolta. Di qualche interesse la torre campanaria, ora incorporata nel palazzo, che reca un’iscrizione con la data 1586, l’anno in cui per volontà di Sisto V fu costituito il Presidato, con capoluogo a Montalto, includente anche Cossignano. Recenti lavori di restauro hanno reso praticabile la via di accesso alla cella campanaria, dalla quale si domina sul vastissimo panorama dei colli circostanti e dove si può ammirare l’antica campana tubolare fusa nel 1303 (ossia, secondo un’ipotesi erudita, nella ricorrenza del millenario del martirio del patrono S. Giorgio), decorata sul collo dallo stemma del Comune [contornato dalla scritta s(igillum) communis Coseniani] e da un’iscrizione in caratteri gotici recante la data MCCCIII e le iniziali dell’Ave Maria e del motto derivato derivato dall’epitafio di S.Agata: M(entem) T(uam) S(anctam) S(pontaneam) H(onorem) D(eo) E(t) P(atriae) L(iberationem).
3. La Casa all’attuale nr. 61 di via Donna Orgilla, del XV secolo, che conserva la grondaia originaria e resti di due ghiere in laterizio, una delle quali decora un arco a sesto acuto, affiancato dalla caratteristica “porta del morto”, secondo uno schema assai frequente nell’edilizia umbro-toscana, documentato anche nei dintorni di Cossignano, come mostra l’esempio di Monte Vidon Corrado.
4. La Porta di Levante, detta anche “porta del Burgo” o “di S.Giorgio” da un’immagine del santo patrono del paese (ora del tutto sbiadita) dipinta in un apposito riquadro tuttora visibile sulla fronte, è il resto meglio conservato dell’antica cinta muraria del castello (è assai diffusa l’iconografia del santo guerriero a decorazione di porte urbiche (Schwabthor di Freiburg im Breisgau; Porte di S. Giorgio in Firenze e in Verona etc.). La porta (che è l’unica porta castellana attualmente residua) si presenta come una torre portaia a pianta quadrangolare attrezzata per la difesa piombante e ficcante, con le caditoie aperte tra i beccatelli che sostengono, su archetti a sesto lievemente ribassato, lo sporto anticamente fornito di merli guelfi (cioè parallelepipedi). La Porta di Levante, attraversata da via Cimicone, è costitutita da un arco a sesto acuto la cui armilla è decorata da una sobria modanatura. Le caratteristiche architettoniche indicano come epoca di costruzione la prima metà del XIV secolo, e tale ipotesi è rafforzata dalla circostanza che la sistematica fortificazione del paese, così come la fusione della campana della torre civica (datata 1303) sembrano inequivocabilmente ricollegarsi - come si è detto sopra - con la raggiunta autonomia del Comune, già in vero riconosciuta nel 1291 dal pontefice Niccolò IV (Girolamo Masci da Lisciano) e confermata, come tutto lascia credere, in forza della Constitutio detta Coelestis Patrisfamilias, emanata da Bonifacio VIII nel settembre del 1303, ma va notata – come già detto – l’ipotesi secondo la quale la campana fu fusa nella ricorrenza del millenario del martirio di S. Giorgio. La torre portaia sarebbe stata restaurata nel 1433 per disposizione di Francesco Sforza e in quell’occasione, immediatamente sopra l’ogiva, sarebbe stata aperta la feritoia destinata a fungere da cannoniera.
5. La Chiesa dell’Annunziata (già chiesa di S. Paolo). – La parte più antica dell’edificio dovrebbe risalire al 1265, anno in cui il cappellano della chiesa di S. Paolo, sita fuori le mura, ottenne da Rainaldo vescovo di Ascoli di trasportare la sua parrocchia all’interno del castello ed ebbe dallo stesso vescovo la prima pietra della nuova chiesa. In questa nuova chiesa, intitolata a S. Paolo, interveniva solennemente qualche anno dopo (nel 1299) il vescovo ascolano Bongiovanni, per impartire una solenne unzione ai fedeli della plebania di Cossignano. Un riscontro puntuale della presenza di una chiesa di S. Paolo in castro è da considerare la notizia del Wadding, secondo cui l’abate di Farfa nel 1448 accolse nell’oratorio di S. Paolo (ossia nell’edificio che di lì a poco sarebbe stato consacrato all’Annunziata) i frati che avevano dovuto lasciare la primitiva sede, sita sul vicino colle di S. Francesco, devastata dai Fermani nel 1388. Di sicuro si sa solamente che in questa chiesa e nell’annesso convento si ritirarono nel 1448 i frati che avevano dovuto lasciare la primitiva sede - sita sul vicino colle di S. Francesco - devastata dai Fermani nell’anno 1388. Al 1456 (ossia ad appena otto anni dal trasloco) risale la campana più antica della chiesa, che porta la scritta: mcccclvi + + iovanes de francescho me fecit in venecias, mentre nei decenni successivi dovettero essere eseguite le pitture che decorano in più punti l’interno dell’edificio ampliato con l’aggiunta dell’attuale presbiterio, aggettante rispetto alla linea delle mura castellane.
L’Annunziata era ancora in possesso dei padri francescani nel 1554, data per la quale si ricorda un pagamento di decime ai suddetti padri (tre barili di mosto) effettuato da alcuni contadini, e nel 1612, anno in cui viene ricordato, nella relazione della visita ad limina, il conventus fratrum S.cti Francisci conventualium, in quo tamen unus tantum, aut duo fratres commorant.
Il 5 ottobre del 1652 il pontefice Innocenzo X soppresse i conventi minori, e l’Annunziata fu poco dopo affidata (18 aprile 1653) al clero secolare e dotata di tre, e poi di quattro cappellanie. Posteriore a tale data è la costruzione degli altari, che risalgono quasi tutti alla seconda metà del Settecento e agl’inizi dell’Ottocento.
All’edificio di culto, a navata unica senza abside, con annessa una piccola sacrestia, si accede da un rozzo portale in pietra ascolana, incassato nella disadorna superficie della facciata. All’interno l’affresco più antico, in una nicchia sulla parete sinistra vicino all’ingresso (immediatamente a sinistra dell’altare dedicato a S. Maria del Soccorso) raffigura la Madonna col Bambino affiancata da Santi, e si può datare alla seconda metà del XV secolo. Gli altri affreschi sono tutti del secolo successivo (XVI). Alcuni di essi furono riportati alla luce già agli inizi del secolo, altri sono stati scoperti di recente (1970). Vanno segnalati quelli sulla parete a destra di chi entra, immediatamente a destra dell’altare dell’Addolorata, raffiguranti S. Lucia (di scuola crivellesca, forse su cartoni di Pietro Alemanno) e la Madonna in trono con Bambino e S. Rocco. La dedica di quest’ultimo porta la data del 1530 (e il nome del dedicante Laudadeo), mentre un graffito del 1596 tracciato sulla sua superficie attesta che fino a tale data l’affresco fu visibile (in seguito anch’esso fu ricoperto, come tutti gli altri, da più mani di calcina). Di grande interesse sono anche le figure di Santi (specie un S. Pietro, affrescato sulla parete sinistra del presbiterio, all’altezza dell’altare maggiore, riportati alla luce nel 1970, mentre non è stato mai ricoperto il grande affresco nella nicchia sulla parete di fondo, a destra dell’altare maggiore raffigurante una Deposizione dalla Croce, datato 1530 e variamente attribuito a Cola dell’Amatrice o al maestro Giacomo Bonfini da Patrignone, e che reca, nella parte inferiore destra, la minuscola figura di un frate, forse il committente dell’opera (per questo affresco si è notata una strettissima analogia con quelli dell’ex chiesa della Misericordia di Tortoreto in provincia di Teramo).
Il dipinto di maggior pregio conservato nella chiesa dell’Annunziata è la pala d’altare, dipinta a olio su tavola, raffigurante S. Antonio Abate in trono, S. Antonio da Padova e S. Giobbe (m 2,25 × 1,70), opera di Vincenzo Pagani (vissuto fra il 1490 e il 1568). Al centro, su un alto piedistallo marmoreo, è seduto di prospetto S. Antonio Abate, con veste bruna e manto giallo-oro, il pede destro poggiato su un libro chiuso, il capo mitrato, la destra alzata nell’atto di benedire, la sinistra sostenente il pastorale e un libro aperto sulle ginocchia. Dietro di lui quattro angioletti distendono un drappo rosso. Ai suoi piedi è raffigurato a sinistra, di profilo, S. Antonio da Padova in saio grigio, che poggia sul piedistallo un libro aperto e regge in mano un giglio (un “ramo di giglio” si legge curiosamente nella descrizione dell’inventario del Serra); a destra S. Giobbe, in veste di mendico, col turbante sul capo. Negli angeli si accenna l’influenza di Raffaello, che fu molto attiva sul Pagani.
[Testo a cura di Mariano Malavolta] |